“Vivere come betharramita nel XXI secolo implica accettarsi per quello che si è e accettare le differenze con gli altri senza rinunciare a vivere in comunione. Significa soprattutto rinunciare a “rendere male per male né ingiuria per ingiuria” (1 Pt. 3, 9), anche quando il fratello ci abbia offeso o ferito nella dignità. Come potremmo giudicarci e condannarci a vicenda, quando siamo stati chiamati a rivestirci dell’amore di Cristo che ha versato il suo sangue per noi? Come potremmo lasciarci trascinare dal rancore, quando San Michele ci ha chiamati a consacrarci per amore: sempre contenti, costanti e sottomessi?
La chiamata a essere artigiani della Pace e dell’unità non è uno slogan occasionale o facoltativo. È un compito essenziale che nessun betharramita può ignorare, né abbandonare alla soggettività, né addolcire con “motivazioni ragionevoli.” (P. Gustavo Agín scj)